Pandolfo Ricasoli, cavalier Capinera, il figlio Francesco e il nipote Pandolfo

Del cavalier Capinera, originale soprannome di Pandolfo Ricasoli, scrisse Luigi Passerini nella Genealogia e storia della famiglia Ricasoli (1861):

“Nacque postumo nel 1516 e fu detto per soprannome il Capinera. Il 20 luglio 1535 fu condannato ad essere acopato ed a tre anni di prigionia nei sotterranei della fortezza di Volterra, e dopo a dieci anni di confine nel vicariato di Vicopisano, perché in Roma aveva detto che il duca Alessandro sarebbe stato preso a sassate per avere tolte le armi ai Fiorentini. Fu questo uno dei capi di accusa che i fuoriusciti in Napoli allegarono contro il duca Alessandro davanti a Carlo V. Pandolfo per volere dell’imperatore fu liberato: ma non si fidando a vivere in Firenze, andò a militare sotto le bandiere imperiali e si fece nome assai distinto nelle armi. Cosimo I lo richiamò nel 1553 per la guerra di Siena; durante la quale servì al duca col grado di colonnello. Si acquistò onore all’assalto di San Gusmé nel Chianti ed alla battaglia di Marciano in cui Piero Strozzi fu sconfitto coi suoi francesi: e subito dopo la battaglia fu mandato dal marchese di Marignano a dar nuova della vittoria al duca di Firenze.
Era tale la stima che di lui avevasi nell’arte della guerra, che Cosimo I gli affidò l’istruzione delle sue truppe.
Nel 1560 fu delegato ad accompagnare a Ferrara Lucrezia de’ Medici che vi andava sposa al duca Alfonso d’Este. Nel 1567 era governatore delle bande di Colle”.

La corrispondenza di Pandolfo Ricasoli con il duca Cosimo e con Lorenzo Pagni suo segretario, conservata nel fondo Mediceo del Principato dell’Archivio di Stato di Firenze, riguarda in parte proprio la guerra di Siena e riferisce anche su altri spostamenti per servizio militare: l’8 e il 20 agosto 1552 era a Siena – ed erano passati pochi giorni dopo la cacciata del presidio spagnolo dalla città da parte dei fuoriusciti e dei francesi –, nel 1554 a Gaiole in Chianti e a Scopeto in Vald’Arbia; nel 1555 a Firenze, a Sansepolcro e di nuovo a Firenze; e nel 1556 a Pistoia e a Scarperia. Il Ricasoli appare infine nel 1565 a Poggibonsi.

Per fare un esempio, tra le lettere da lui inviate a Cosimo leggiamo quella del 7 agosto 1554 da Gaiole, cinque giorni dopo il felice esito della battaglia di Marciano (2 agosto):
“Illustrissimo et excellentissimo et padrone mio
Essendo ridotto in campo circha mille tedeschi della banda nera, rotti sotto Marciano, è parso al signor marchese li acompagni infino a Firenze et per il viaggio facci fare loro le spesi senza loro pagamento, così questo giorno mi trouvo con essi qui a Gaiuole per venirmene domani in Firenze, prego humilmente vostra excellentia mi mandi a dire se gli ò a mettere drento [in città] o pare il viaggio di fuora, come più a quella piace, che non mancherò di exequire quanto mi sarà imposto.
Et più humilmente ricorro a vostra excellentia come per mio bisognio et per parere d’esere de sua servitori la prego mi conceda per sua solita gratia possi venire armato di giaco [rete di acciaio a maglie da indossare a giacca] et maniche et stare per Firenze que’ pochi giorni acadrà, tenendone obligo conperpetuo a quella alla quale quanto ho et posso me li racomando, et la prego mi tenga in sua buona gratia, che el sommo Dio la feliciti.
Di Gaiuole, il dì 7 di agosto M.D.LIIII.
Di vostra excellentia illustrissima
Pandolpho Ricasoli”.

Il Passerini ricorda la biografia anche del figlio di Pandolfo, Francesco Maria.
“Nacque il 25 marzo 1542. Prese la croce di Santo Stefano nel 1562, anno che seguì alla istituzione di quell’ordine. Resse la potesteria di Castiglion Fiorentino nel 1575; il capitanato di Cortona per un anno, cominciato col maggio 1585; la potesteria di Montelupo nel 1588. Risiedé nella magistratura degli Otto nel 1591, e nel settembre 1592 fu nominato commissario di Arezzo per un anno. Fu elevato alla dignità senatoria nel 1594, eletto commissario di Pistoia nel 1597, rimandato ad Arezzo a richiesta del municipio per gli anni 1599 e 1600. Morì il 3 febbraio1608 stile comune”.

La fede di battesimo dell’Opera di Santa Maria del Fiore ne riporta la nascita:
“A dì 26. Francesco Maria et Romolo di Pandolfo di Pandolfo da Ricasoli popolo di Santa Lucia de Magnoli nato a dì 24 h. 17”.

Un diario inedito tenuto da Giuliano dei Ricci, invece, ne ricorda la morte e riferisce di alcune sue difficoltà:
“Febbraio 1607 [1608 s.c.]
“A 2. Morse il cavaliere Francesco del capitano Pandolfo Ricasoli Baroni detto comunemente il cavaliere Capinera, senatore, ma però poco atto al governo, essendo in simili cose di poco intendimento, ma al contrario, doveva essere nel governo di casa e nell’economia poi che, lasciato dal padre con molto debito, quello ha pagato e le sue entrate, che prima eran poche, con la sua industria ha ridotte in tremila scudi l’anno, per quanto si dice ha avuto molti figlioli, ma oggi al secolo gl(i)e ne resta solo uno al quale a’ mesi passati aveva dato per moglie la +++ figliola di Alberto di Luigi Altoviti”. Il figlio rimasto si chiamava Bindaccio che aveva sposato nel 1606 Fiammetta di Alberto di Luigi Altoviti, deceduta l’11 aprile 1665 (tavola X della Genealogia della famiglia Altoviti sempre di Luigi Passerini, 1871).
Bindaccio invece morì il 26 novembre 1663.

In realtà Francesco Maria aveva avuto un altro figlio che lo scrittore del 1608 non considerava “al secolo” in quanto era entrato nello stato religioso. Portava il nome del nonno, Pandolfo, e fu un celebre e controverso scrittore e teologo. Nacque il 2 aprile 1581; secondo la fede di battesimo dell’Opera del Duomo, appartenne alla parrocchia di San Pier Maggiore e ebbe come testimoni al sacramento Iacopo di Ottaviano Altoviti e Cammilla del cavaliere Biffoli.
Laureatosi dottore in legge a Pisa, divenne erudito nel latino, nel greco e nell’ebraico e scrisse trattati di logica e di filosofia. Indossò poi l’abito di gesuita a Roma e qui rimase dal 1601 al 1611, anno in cui tornò a Firenze e si laureò in sacra teologia. Nel 1620 diventò canonico nella Metropolitana della città.

Dicevamo il Ricasoli come fosse molto apprezzato dai contemporanei per i suoi scritti e, per questo fu anche in stretto contatto con i religiosi dotti del suo tempo, tra i quali alcuni padri della SS. Annunziata: fra Serafino Lupi tradusse in volgare una sua biografia del padre Angelo M. Montorsi (1623 e 1632): “Osservationi celesti con le quali s’insegna il modo facile, e breve di quanto per l’acquisto della perfetion cristiana far si deve. Contenute nella vita del reverendiss. p. M. Angel Maria Montorsi fiorentino ... E dal latino tradotta da fra Serafino Lupi da Fiorenza ... Con un aggiunta del medesimo autore, nella quale ne vien mostrata la via di perfettamente adempire gl’obblighi di suo stato.
Gli si attribuisce pure una vita di San Filippo Benizi con il panegirico poetico del p. Carlo Casini: “Vita del b. Filippo Benizi nobil fiorentino dell’ordine de’ Serui di M.V. scritta da Pandolfo Ricasoli Baroni canonico della cattedrale di Fiorenza ... con un panegirico poetico sopra lo stesso beato”, 1626 e 1643.
Non venne però apprezzato dal Passerini che nel 1861 considerava le sue opere ora “appena leggibili, troppo risentendo del gusto del secolo, cioè sfoggio di dottrina esposta con pedanteria, e in generale molte parole e poche idee”.

Ricasoli fu famoso anche per altri fatti più o meno discutibili: mise insieme una copiosa biblioteca, che nel 1635 donò ai Carmelitani Scalzi di San Paolino di Firenze e fu fervente e instancabile predicatore. Verso i cinquant’anni però perse la saggezza giovanile e dette scandalo per una relazione con la direttrice di un istituto femminile di Firenze, motivata da presunte convinzioni ascetiche a incoraggiamento di simili legami. Chiuso in un carcere dall’Inquisizione, abiurò dai suoi errori in Santa Croce nel 1641 e rinunziò al canonicato. Visse in cella in penitenza per altri sedici anni fino alla morte avvenuta il 17 luglio 1657.

Il sacerdote Luca Giuseppe Cerracchini nei Fasti Teologali (1738), riporta in fondo alla biografia del Ricasoli la lapide marmorea che lo stesso fece incidere per la biblioteca di San Paolino, ma mai apposta in loco:
“D.O.M. D. Pandulphi de Ricasolis Baronibus canonici florentini perpetuum huius bibliothecae donationis monimentum.
Humanam divinamque sapientiam multiplicibus libris picturisque exornatam in hac mei cordis interpetre bibliotheca tibi haec limina ingredienti exhibitam venerare, teque vivam esse Deitatis immaginem hoc meo donario excolendam memento.
Altissimo in aevum sit gloria, et tibi huius religiosae Carmelitarum Excalceatorum familiae non ingrato alumno mei apud eundem grata recordatio.
Fruere sapienter et pium munus ex pacto inito perpetuo in hoc Coenobio custodi fideliter octavo kal. maii 1637”.

Traduzione (mia):
A Dio l’ottimo e il massimo. D. Pandolfo dei Ricasoli Baroni, canonico di Firenze, a memoria perpetua della donazione di questa biblioteca.
Che si veneri la sapienza umana e divina, adornata da molti libri e immagini in questa biblioteca interprete del mio cuore, nella quale sono entrato varcando le soglie, e che tu sia viva in questo mia offerta memento per onorare l’immagine della divinità.
Gloria all’Altissimo nell’eternità, e a te, non ingrato discepolo di questa famiglia religiosa dei Carmelitani Scalzi, di me ancora un grato ricordo.
Usufruisci con saggezza e custodisci con fedeltà il pio dono secondo il patto stabilito in perpetuo in questo monastero, 24 aprile 1637.

Paola Ircani Menichini, 25 settembre 2026. Tutti i diritti riservati.




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